Uomini contro le mafie [Rivista madre]
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Attualità | 19 giugno 2017  

Uomini contro le mafie
 
Nel venticinquesimo anniversario della strage di via D’Amelio, nella quale furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, l’Italia ricorda anche l’assassinio di Falcone e il sacrificio di tutti coloro che misero la loro vita a servizio del Paese.

Fotografia
Foto Agf
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Sono da poco passate le 17.30, è domenica 19 luglio 1992, e le immagini di una via invasa da fumi scorrono sullo schermo del televisore. Un attimo per capire di cosa si tratta, aumenti il volume della tv, auto squarciate, carbonizzate, vetri infranti, fumi e gente in strada che corre a destra e a manca. Sgomento, rabbia e senso di impotenza montano negli animi degli italiani. Hanno ammazzato il giudice Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Unico sopravvissuto l’agente Antonino Vullo, scampato perché impegnato a parcheggiare uno dei veicoli della scorta.
Non erano trascorsi neanche due mesi dall’uccisione di Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta e questa ulteriore strage ammutolisce l’Italia intera. Un attacco allo Stato, alle istituzioni, che getta sconforto e forse rassegnazione. «Non c’è più speranza», dirà quattro giorni più tardi il giudice Antonino Caponnetto al capezzale di Borsellino. La storia di Borsellino è legata a quella di Falcone. E a entrambe si lega la storia del nostro Paese, quella degli ultimi venticinque anni, fatta di riscatto e ripresa di coscienza. Di orgoglio e di sete di legalità. Borsellino nel 1963 era il più giovane magistrato d’Italia. La sua vita professionale iniziò nel cuore della Sicilia. A Palermo cominciò a occuparsi di Cosa Nostra. I suoi colleghi, e poi amici fraterni, nell’esperienza palermitana furono tutti ammazzati dalla mafia, ma lui raccolse sempre il testimone per non vanificare le loro morti. Nel 1980 continuò le indagini sui rapporti tra le famiglie mafiose, iniziate dal commissario Boris Giuliano, assassinato da Cosa Nostra nel 1979. Strinse rapporti professionali e umani con il giudice Rocco Chinnici, anch’egli assassinato dalla mafia nel 1983. Poi l’incontro con il giudice Caponnetto, sempre a Palermo, e il pool antimafia di cui fece parte anche Falcone, suo amico di sempre, prima ancora di essere collega e condividerne le sorti. Determinato, consapevole di essere nel mirino di Cosa Nostra, non si risparmiò mai. Neppure quando seppe che un ingente quantitativo di tritolo era giunto a Palermo. Chiese, invano, di liberare l’area intorno all’abitazione di sua madre dalle auto in sosta. Auspicò sempre che l’accanimento della mafia fosse su di lui e non sui suoi familiari, conscio che dalla condanna mafiosa non si scappa. Borsellino sfidò apertamente il Consiglio superiore della magistratura — per aver escluso Falcone dalla guida del pool antimafia nominando al suo posto il consigliere Antonino Meli — colpevole, diceva, di aver decretato la fine dello stesso pool.

il seguito sulla rivista


di Antonio Dell'Anna email 


  




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