Meno male che qui c’è lui [Rivista madre]
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Societa | 29 gennaio 2018  

Meno male che qui c’è lui
 
Carlo Verdone parla del suo ultimo film. E su Roma dice: «Solo il Papa riesce a dire qualcosa di credibile in un mondo sbandato».

Fotografia

Il San Valentino che non vorresti mai. Quando, per disperato ottimismo o superficiale curiosità, magari consigliato da un’amica, ti iscrivi a una chat sentimentale (oggi ce ne sono tante pubblicizzate) nella speranza d’incontrare la persona giusta. Un appuntamento al buio che si rivela, quasi sempre, un’amara delusione se non addirittura un trauma emotivo. Perché la persona che ti trovi davanti non corrisponde a quella che sembrava presentarsi così bene dietro lo schermo del computer o dell’iphone. È ciò che accade al posato protagonista di Benedetta follia, l’ultimo film di Carlo Verdone. Al suo Guglielmo ne capitano davvero di tutti i colori: un campionario di donne esibizioniste, edoniste o insicure da far tremare i polsi perfino a chi, fino a poco tempo fa, si definiva «un sacco bello» o proponeva «famolo strano». C’è la donna matura e aggressiva, quella che abusa di alcol per farsi coraggio, la logorroica pure ipocondriaca, perfino quella a tal punto disinibita da sfociare nel ridicolo. Con Guglielmo, al tavolo del fatidico appuntamento, si ride a denti stretti. Perché la fantasia cinematografica ben coglie le contraddizioni di una moda che oggi pretende di sostituire, con l’incontro virtuale, ansie ed emozioni della conoscenza personale. «Questa incongruenza, questo cozzare di solitudini è il cuore della storia», spiega Verdone, 67 anni, al suo ventiseiesimo film da regista. «Le disavventure di Guglielmo servono però a ricordarci che non è mai troppo tardi per ricominciare. Che l’anima gemella la si può trovare davvero. Basta magari girare quell’angolo che non si ha mai avuto il coraggio di svoltare, aprirsi agli altri».
È esperienza personale?
«Per carità, non scherziamo. Ho messo insieme episodi accaduti a qualche conoscente, storie raccolte dai miei cosceneggiatori. Stavolta, diversamente dal solito, non ho scritto da solo il copione. Ho lavorato sul soggetto che mi è stato proposto da Nicola Guaglianone e Menotti, alias Roberto Marchionni: gli autori di Lo chiamavano Jeeg Robot, il successo della scorsa stagione. Il film italiano più originale che ho visto ultimamente».

Il seguito sulla rivista


di Maurizio Turrioni email 


  




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