I bambini di casa nostra [Rivista madre]
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Societa | 29 gennaio 2018  

I bambini di casa nostra
 
Cambiano il colore della pelle e il Paese di origine dei genitori. Ma la cultura, la lingua, il vissuto sono quelli di tutti i bimbi italiani alla nascita. Le storie di chi ha il tricolore nel cuore anche se non ancora sulla carta di identità.

Fotografia
Thinkstock

Xavier poteva andare in Svezia con il programma Erasmus, ma ha dovuto rinunciarvi per non perdere la residenza continuativa sul territorio italiano. È arrivato a dieci anni dal Salvador insieme con sua madre. Oggi di anni ne ha 24 e si sta laureando in cinese. Ama l’Italia, «il suo Paese» anche se non ha ancora la cittadinanza italiana. Qui ha studiato, ha vissuto, ha condiviso studio, svaghi, vita con i suoi coetanei. Lui, però, a stare a quanto raccontano alcuni politici senza scrupoli, la cittadinanza «se la deve guadagnare». Così come devono fare gli 800 mila minori che stanno frequentando scuole, parrocchie, territori di vita. Una discriminazione che grava pesantemente sulle vite di questi piccoli, costretti a sentirsi sempre sotto esame, sempre per qualche motivo inadeguati, sempre diversi.
Non si chiedono, questi adulti che giocano con le paure della gente, quali ripercussioni possono creare questi atteggiamenti. Per i ragazzi, in primo luogo. E poi anche per tutto il tessuto sociale. Né si interrogano su quanto possa diventare più difficile, dopo, far sentire cittadini a tutti gli effetti coloro che hanno sperimentato sulla loro pelle l’emarginazione e la diseguaglianza.
Seduti al banco con i propri compagni, i ragazzini stranieri nati in Italia avrebbero potuto ottenere la cittadinanza dopo aver compiuto con successo un ciclo scolastico di almeno cinque anni. Il che vuol dire aver vissuto nel nostro Paese per almeno dieci o undici anni. Non si meritano, questi bambini, di essere considerati italiani? Di andare in gita scolastica anche all’estero come i loro amici, di poter frequentare un trimestre di scuola in un altro Paese come già fanno molti studenti nostrani?
Eppure succede che Tezeta, attrice nata in Gibuti, debba rinunciare agli studi per rimanere in regola con il permesso di soggiorno, che Fioralba, albanese, non possa entrare nei musei di Roma perché l’ingresso è gratuito solo per gli studenti italiani, che Eros, filippino, non possa presentare domanda per le piccole compagnie aeree che operano in Italia perché si accettano solo cittadini europei, che Emmanuel, nigeriano nato in Italia, non possa giocare a basket in serie C perché privo di cittadinanza italiana.

Il seguito sulla rivista


di Antonio Ferrise email 


  




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