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Attualità | 22 marzo 2018  

Rebus Italia
 
È difficile prevedere quale governo si formerà nel nostro Paese dopo le elezioni del marzo scorso. Proviamo a proporre qualche chiave di lettura sul voto, mettendo in relazione il nostro futuro e le nostre prospettive con quelli europei.

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Nel momento in cui chiudiamo questo articolo non sappiamo ancora se c’è già il nuovo governo del Paese. Scommettiamo sul fatto che non ci sia, che si sia ancora nel pantano, che a malapena si inizi a intravedere qualche movimento di “truppe”. Ma non bisogna disperare, perché alla fine – nel rispetto della tradizione (anche trasformista) italiana – qualcosa si formerà, magari anche solo per qualche mese. In attesa di capire cosa salterà fuori dal cilindro, con gli unici dati a disposizione – ovvero l’esito delle elezioni – proviamo a suggerire qualche chiave di lettura sul voto italiano in relazione con il contesto europeo. Lo facciamo un po’ perché siamo inseriti in Europa e un po’ perché serve a non farci sentire al centro del mondo, anche se talvolta lo pensiamo.
Suggeriamo anche due temi (welfare e lavoro) che per noi dovrebbero essere in cima ai pensieri dei futuri governanti. Perché sono quelli su cui si gioca anche il futuro della famiglia. Anzi, i temi sono tre: c’è anche l’ambiente, di cui ci occupiamo, approfondendolo, nell’articolo a pagina 20 di questo numero.

LA DEMOCRAZIA SENZA ELETTORI
Se ne è parlato e scritto poco, perché l’esito delle elezioni ha polarizzato l’attenzione su vinti e sconfitti. O forse perché, rispetto a quanto si temesse prima del 4 marzo, alla fine i votanti non sono stati pochi. Eppure c’è poco da stare allegri: alle ultime elezioni è andato a votare il 73 per cento circa degli aventi diritto, un paio di punti in meno dell’altra volta. In termini assoluti sono poco più di 32 milioni, quasi due milioni in meno rispetto al 2013. In sintesi 14 milioni di aventi diritto non hanno votato.
In alcuni Paesi europei a volte va anche peggio.

il seguito sulla rivista


di Thomas Bendinelli email 


  




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