La finzione che rivela la verità [Rivista madre]
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La finzione che rivela la verità
 
I villeggianti è il quarto film di Valeria Bruni Tedeschi come attrice e regista. Si parla d’amore, di dolore, di solitudine con un tocco leggero, in equilibrio perfetto tra commedia e dramma.

Fotografia

Inconfondibile. Con quella sua aria un po’ così, appassionata e confusa, piena di slanci istintivi e di inquietudini esistenziali. Una donna vera eppure capace d’ingenuità infantili. Un turbinìo di sensazioni e sentimenti che è un po’ il marchio di fabbrica di Valeria Bruni Tedeschi. Dentro e fuori dal set. Sì, perché sullo schermo (69 film in trent’anni di carriera) le prove migliori le ha offerte interpretando donne tormentate, con sensibile raffinatezza.
Ha recitato con maestri come Pupi Avati (Storia di ragazzi e di ragazze), Marco Bellocchio (La balia), Patrice Chéreau (La regina Margot), Ermanno Olmi (Tickets), ma ha raggiunto l’apice dei consensi con due registi che meglio di tutti hanno saputo cogliere la sua fragile natura: Mimmo Calopresti, che l’ha diretta in La seconda volta e La parola amore esiste, e Paolo Virzì, che l’ha voluta protagonista de Il capitale umano e La pazza gioia. Prove che le sono valse altrettanti David di Donatello come migliore attrice.
L’ansia di esprimersi resta il tratto distintivo di Valeria che, una quindicina d’anni fa, ha esordito nella regia con È più facile per un cammello. Premi e applausi l’hanno incoraggiata: con Attrici e Un castello in Italia ha confermato la vena biografica, la capacità di raccontare emozioni e sentimenti realmente vissuti attraverso storie in buona parte inventate. A cominciare dal dolore e lo smarrimento per la perdita del fratello Virginio (morto per Aids poco più che quarantenne) passando poi per l’insolita esperienza di una sorella prima modella famosa e poi première dame (Carla Bruni moglie dell’ex presidente francese Sarkozy). Fino a ripescare gioie e traumi di un’infanzia dorata, ma non sempre felice: la nascita in una ricca famiglia ebrea di Torino (papà Alberto industriale e compositore, mamma Marisa pianista e attrice), il trasferimento a Parigi negli anni Settanta per paura delle Brigate rosse, l’arduo ambientamento, l’irrequietezza e poi i corsi di teatro, lo sfogo nella recitazione.

il seguito sulla rivista


di Maurizio Turrioni email 






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