Santità [Rivista madre]
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Dizionario dei giorni nostri

Santità
 
Quello della santità è un tema sfuggente e affascinante insieme. Lo riportano alla nostra attenzione il recente documento di papa Francesco, e la continua proclamazione di nuovi santi e beati con cerimonie piuttosto barocche e decisamente lontane dalla semplicità evangelica.

È come se ci venissero offerti due modi di pensare la santità. Quello barocco (pensate agli arazzi che sventolano sulla facciata di San Pietro, con l’effige dei nuovi santi che diverrà poi la loro immagine ufficiale, con tanto di aureola e di riproduzione in migliaia di immaginette) ci propone i santi come una eccezione: vite eroiche e talmente perfette che si possono ammirare, ma non imitare. In questo contesto, appena qualcuno viene detto santo, diviene immediatamente ontologicamente diverso da noi. Dall’altro lato, nelle parole di papa Francesco, che riecheggiano direttamente quelle conciliari della chiamata universale alla santità e – ancora più indietro – il “semplice” invito di Gesù: «Vieni e seguimi», si intravede l’idea di una santità di popolo che non è legata tanto alla appartenenza religiosa o a straordinarie virtù individuali, ma al sovrabbondare di una Grazia che tocca le moltitudini attirando i cuori di persone di tutti i tipi, razze, confessioni, lingue. È la sovrabbondanza di Grazia portata nel mondo da Gesù di Nazareth. Con la sua nascita, la sua vita, la sua predicazione, la sua morte e la sua resurrezione.

il seguito sulla rivista


di Agnese Moro email 






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