Un altro carcere è possibile [Rivista madre]
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Un altro carcere è possibile
 
Gli istituti di pena continuano a essere terra di confine dimenticata, nonostante ciò che dice la Costituzione. L’esempio virtuoso di Torino.

C’è un “non luogo”, un buco nero di cui si parla solo nelle emergenze: il carcere. Nel clima di tante paure e incertezze di oggi, il buio che lo avvolge non permette di conoscere la realtà dove, secondo l’articolo 27 della Costituzione, la pena dovrebbe essere finalizzata alla rieducazione del condannato, nel pieno rispetto della sua dignità e dei suoi diritti, anche attraverso la progressiva apertura all’esterno del carcere. «Mai più un carcere, cimitero dei vivi», era stato l’impegno dei padri costituenti a indicare che fra “il dentro” e “il fuori” delle mura carcerarie non devono esserci barriere ideali, ma solo barriere fisiche. Queste buone intenzioni sono state per lo più disattese, mentre riaffiora, in un clima crescente di odio e di “pena vendicativa” nei confronti dei detenuti, la tentazione di dire, a proposito del carcere: «Buttiamo via le chiavi».
Questo rifiuto non fa che aggravare la situazione. Un rapporto di confronti e scambi avrebbe una ricaduta positiva sul processo di riabilitazione dei detenuti che non si sentirebbero abbandonati in una voragine distruttiva, ma darebbe anche la possibilità a chi vive nella società esterna di capire come il carcere sia la cartina di tornasole delle contraddizioni, delle omissioni, dei tradimenti che ogni giorno viviamo. Lo testimoniano i volontari che operano negli istituti di pena.

il seguito sulla rivista


di Mariapia Bonanate email 






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