Oltre il cuore l’ostacolo [Rivista madre]
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Oltre il cuore l’ostacolo
 
Il percorso della maternità non è sempre facile. A volte è tortuoso, in salita. Tre donne raccontano a Madre le loro esperienze. Fatte di malattia, di fatica, di sofferenza. Ma anche di speranza e di infinito amore.

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Getty Images

«Da dove sono venuto? / Dove mi hai trovato? / Domandò il bambino a sua madre. / Ed ella pianse e rise allo stesso tempo / e stringendolo al petto gli rispose: / tu eri nascosto nel mio cuore, bambino mio, / tu eri il suo desiderio». Sono alcuni versi della poesia di Rabindranath Tagore, dal titolo Maternità. Perché quest’ultima è nelle viscere, nella pelle, nel cuore. Anche, anzi soprattutto, quando la strada da affrontare si fa ripida, tortuosa, in salita.
A causa di una malattia, dell’infertilità, della disabilità, della tossicodipendenza, o delle altre mille difficoltà che la vita può porre sul cammino di ciascuna. Le storie che Madre ha raccolto sono testimonianze di donne straordinarie. Ciascuna ha sofferto, sperato, gioito. Ma soprattutto è riuscita a buttare il suo cuore oltre l’ostacolo. Come solo una mamma è in grado di fare.

La speranza di diventare mamma dopo un tumore al pancreas

Si è mamme molto prima che il figlio nasca o venga accolto dalla famiglia. Lo si diventa nel pensiero e nel corpo sin dall’inizio del desiderio di maternità. Valeria Colonna è una dermatologa di 37 anni. Nella sua storia, ha avuto il coraggio di non avere fretta. Nel luglio del 2017, Valeria ha scoperto di avere un tumore al pancreas. «Vivevo fra Milano e Bari», ricorda. «Ero dimagrita molto. Mangiavo meno e mi allenavo tantissimo in palestra. Davo la colpa allo stress. Soprattutto per il bruciore allo stomaco, che nell’ultimo anno era divenuto ingestibile. Ho fatto una gastroscopia, ma non era emerso nulla. Poi, tramite una ecografia e una tac, è arrivata la diagnosi di tumore neuroendocrino, una variante rara». La notizia spiazza Valeria, che si sottopone a un intervento in cui le asportano la milza, parte dello stomaco, del pancreas e del colon. Durante quel primo ricovero, però, la visita di una collega cristallizzò il tempo di fronte a una possibilità: «In ospedale venne a trovarmi la dottoressa Isama Loiudice che lavorava all’Istituto di medicina riproduttiva Ivi. Mi disse che potevo conservare gli ovociti, ma che dovevo farlo prima della chemioterapia e della radioterapia.

il seguito sulla rivista


di Elisabetta Gramolini email 






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