Quando il lavoro diventa dipendenza [Rivista madre]
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Quando il lavoro diventa dipendenza
 
Sono sempre di più le persone che mettono l’ufficio prima di tutto, incapaci di staccare, schiavi delle loro performance. Il fenomeno si chiama workaholism e rischia di nuocere alla salute.

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Getty Images

Il troppo stroppia. Sempre. E il lavoro non fa eccezione. Il fenomeno del workaholic (termine coniato dallo psicologo Wayne Oates nel 1971 che richiama quello ben più noto di alcolismo e indica l’«incontrollabile necessità di lavorare incessantemente»), molto evidente negli Stati Uniti, in Cina e in Giappone, inizia a fare capolino anche in Italia, in particolare tra i millennials, ovvero la generazione di giovani divenuti maggiorenni nel nuovo millennio e che oggi hanno un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, notoriamente iperconnessi.
I dati che giungono dagli Stati Uniti sono inquietanti: il 66 per cento dei millennials ritiene di essere workaholic, il 63 per cento ha ammesso di lavorare anche in malattia, il 32 per cento dice di lavorare anche mentre è in bagno e, last but not least, il 70 per cento ammette di lavorare anche nei weekend (ricerca pubblicata su Forbes).
E in Italia? Al momento sembrano non esserci ancora dati ufficiali, ma la tendenza pare andare nella medesima direzione.
Secondo Marina Osnaghi, prima Master certified coach in Italia che da oltre vent’anni si occupa di coaching per aziende, ma lavora anche con i giovani, «vi sono tre elementi che portano a essere workaholic: l’abitudine al lavoro, la paura del giudizio e la necessità di farsi una posizione. Assistiamo, anche nel nostro Paese, a una continua dilatazione dei tempi di lavoro che si prolungano anche in vacanza, e ciò per gestire l’ansia da rientro, momento in cui ci si può trovare di fronte a centinaia di mail da leggere. E la necessità di crearsi e mantenersi un’identità sociale determina una pressione fortissima sui giovani che spesso non sono abbastanza strutturati per difendersi».

il seguito sulla rivista


di Luisa Pozzar email 






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