Algeria un futuro incerto [Rivista madre]
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Reportage

Algeria un futuro incerto
 
Negli ultimi vent’anni il Paese è stato guidato da burocrati e militari. Ora gli algerini hanno alzato la testa e avviato proteste pacifiche, che stanno disgregando l’attuale sistema di potere.

Fotografia
Getty Images

L’Algeria si è svegliata. Con otto anni di ritardo rispetto alle Primavere arabe del 2011, quelle che in Tunisia e in Egitto portarono alla caduta degli allora presidenti, rispettivamente Zine El-Abidine Ben Ali e Hosni Mubarak. Due rivoluzioni con esiti diversi. La Tunisia si è finalmente aperta al pluralismo e alla convivenza pacifica e abbastanza costruttiva fra i partiti laici, quelli di ispirazione religiosa e i componenti di spicco della società civile, come i sindacati. Invece in Egitto si è passati da una dittatura all’altra. Dopo la parentesi della breve presidenza di Mohamed Morsi (esponente del partito Fratelli musulmani), è tornato al potere un generale, Abdel Fattah Al-Sisi, che tiene in pugno il Paese con un regime poliziesco (di cui ha fatto le spese il povero Giulio Regeni) in cui vengono soffocati gli altri partiti e viene zittita la società civile.
Ancora incerto, invece, il futuro dell’Algeria dopo la pacifica sollevazione popolare che, a partire da febbraio, ha portato alle dimissioni forzate del presidente Abdelaziz Bouteflika (in carica dal 1999), al rinvio delle elezioni presidenziali previste in aprile, alla caduta di diversi esponenti del clan che in questi decenni ha circondato Bouteflika stesso, ormai quasi incapace di intendere e di volere dopo l’ictus che lo ha colpito nel 2013. Negli ultimi vent’anni se si chiedeva agli algerini «chi comanda in Algeria?» in genere le risposte erano due: le pouvoir oppure la mafia. Dette proprio così, usando la parola francese e quella italiana. In ogni caso, il senso della risposta non cambiava. I due termini servivano per indicare un gruppo di burocrati, militari, affaristi, personaggi legati ai servizi segreti, tutti avvinghiati al potere. A volte gli algerini usavano anche un’altra parola: i decisori, anche se poi era difficile capire davvero chi in effetti decideva.

il seguito sulla rivista


di Roberto Zichittella email 






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