I vincitori di Cannes [Rivista madre]
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I vincitori di Cannes
 
A giochi fatti, non sembra nulla di che. Quando però si è sulla Croisette in migliaia, tra giornalisti e addetti ai lavori, ad attendere il Palmarès del festival di cinema più importante del mondo, certe scelte cervellotiche finiscono per urtare giudizio e buonsenso.

Fotografia

La giuria del 72° Festival di Cannes, presieduta dal regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu (membro italiano Alice Rohrwacher) ha assegnato la Palma d’oro al film coreano Parasite di BongJoon-ho: storia grottesca a assai ritmata delle invidie e dei contrasti tra i membri di una famiglia troppo povera e quelli di una troppo ricca. Caruccio, a tratti anche divertente, con un eccesso di colori, di pulsioni violente, di ironie che è tipico di quella cultura asiatica. Lotta di classe in salsa coreana. Ma preferirlo a Dolor y Gloria, uno dei lavori più delicati e ispirati di Pedro Almodòvar, è stato un errore madornale. Aggravato dal premio (strameritato) ad Antonio Banderas come miglior attore: il suo personaggio è stato scritto, filmato, reso umano dal sensibile regista catalano. E Banderas, alzando al cielo la Palma d’oro, lo ha voluto ricordare alla platea plaudente del Grand Théatre Lumière. Bene il Prixdu Jury, ossia la medaglia di bronzo,ex-aequo al polar francese Les Misérables di Ladj Ly (disagio e tensioni sociali delle periferie visti attraverso gli occhi e i problemi dei poliziotti) e al fanta poliziesco brasiliano Bacurau di JulianoDornelles e Kleber Mendonça Filho (in un prossimo futuro, ricchi occidentali pagano per dare caccia mortale agli abitanti di un povero paesino, però mal gliene incoglierà: lotta di classe in salsa brasiliana). E come non essere d’accordo sul premio alla regia dato ai fratelli Dardenne per Le jeune Ahmed? Riconoscimento alla carriera per due eccezionali cineasti già due volte Palma d’oro, ma che stavolta hanno firmato un film poco efficace: storia minimalista della radicalizzazione di un quindicenne belga, immigrato di seconda generazione, che per la gloria di Allah tenta di accoltellare l’insegnante. Il tema oggi forse più caldo, ma di tale complessità che finisce appena per essere scalfito sullo schermo. Se siamo critici verso il premio più ambito al coreano (non scandaloso come quando nel 2010 la Palma d’oro fu del talaindese Lo zio Boonmee che si ricorda delle vite precedenti, film che poi in sala non vide nessuno), dissentiamo invece totalmente del Grand Prix, ovvero la medaglia d’argento, ad Atlantique della franco-senegalese Mati Diop, figlia nonché nipote d’arte che nel suo film d’esordio parla di emigrazione puntando l’attenzione su emozioni e sofferenze di chi resta, però con una storia confusa e pretenziosa. Andrà anche bene poi lasciare a mani vuote Quentin Tarantino e il nostro Marco Bellocchio: sia C’era una volta Hollywood sia Il traditore saranno premiati al botteghino. Ma il secondo premio spettava di diritto a Sorrywemessedyou di Ken Loach: storia amara della famiglia di un piccolo corriere inglese, che fa consegne porta a porta ma non riesce a organizzarsi la vita. Il solito Ken Loach, hanno sentenziato certi critici. Per fortuna, aggiungiamo noi. La nostra Palma del cuore va però a Una vita nascosta del solitario maestro americano Terrence Malick. Uno che sulla Croisette non ha detto una sillaba lasciando che a parlare fossero la sue quasi tre ore di immagini bellissime, ambientate tra le montagne austriache, che raccontano la storia vera di Franz Jagerstatter, paesano che rifiutò di giurare fedeltà a Hitler. Imprigionato, torturato, processato, infine giustiziato senza recedere malgrado l’amore totale più volte testimoniato per la moglie Fani e le loro tre bambine. Semplicemente perché un cristiano non può fare ciò che sa essere male. Storia di un eroe misconosciuto. Grido di libertà e di umanità. Film assolutamente da non perdere.


Nei prossimi numeri approfondimenti sui singoli film più interessanti.


di Maurizio Turrioni email 






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