Curare l’Europa curare la pace [Rivista madre]
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Le parole che non ti ho detto

Curare l’Europa curare la pace
 
Ottanta anni fa scoppiava la Seconda guerra mondiale. Poi la fine del conflitto e la prosperità in cui viviamo. Che non è scontata.

Le cifre tonde nella storia lasciano sempre il segno. È memoria che si rinnova nella sua ciclicità, che, soprattutto per i fatti drammatici, non lascia scampo alla disattenzione superficiale. Ricordare gli ottanta anni dallo scoppio della seconda grande Guerra mondiale, il 1° settembre del 1939, si fa ancora più intenso in questi tempi in cui una scellerata leggerezza ha fatto passare l’idea che il lungo ciclo quasi totalmente pacifico per il nostro continente sia un dato acquisito e irreversibile. Ma se nella storia i fatti non possono ripetersi nello stesso modo, certo il clima, le parole, i linguaggi, le sensazioni possono formare lo stesso «spirito del tempo», lo stesso meccanismo distruttivo che porta a tensioni, conflitti, odi, rivalità e condanne.
Ne è convinta la giovane attuale sindaca di Danzica, la città polacca dove quel giorno tragico, alle 4.45, le truppe tedesche cominciarono il bombardamento e la catastrofe. Per questo è convinta che «la memoria, la sua essenza, è stare dalla parte della verità e nella verità». Punto di partenza fondamentale per andare oltre. Ha le idee chiare Aleksandra Dulkiewicz e all’intervistatore (Wlodek Glodkorn, sull’Espresso) le esprime con la dolcezza e la fermezza di chi è cresciuta in politica sotto la guida di un maestro (quello che lei chiama «il mio sindaco», Pawel Adamowicz, assassinato a gennaio 2019 dal fanatismo intollerante sollecitato dall’odio), che le ha dato una chiara visione di cosa vuol dire Europa: «Stato di diritto, onestà, divisione dei poteri, indipendenza della magistratura.

il seguito sulla rivista


di Vittorio Sammarco email 






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