Marzo 2010

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Negli ultimi dieci anni si è diffuso un fenomeno difficilmente prevedibile per le dimensioni che poi ha assunto: le assistenti familiari, da molti chiamate «badanti». È nato dall’incontro di due bisogni: da una parte quello delle persone non autosufficienti e dei loro familiari, e dall’altra quello di molte donne immigrate, per far uscire dalla povertà le proprie famiglie.
Il fenomeno è andato oltre ogni previsione, per la grande domanda di aiuto delle famiglie italiane. Cercavano di evitare i costi considerevoli dell’offerta pubblica e privata di servizi residenziali e domiciliari per i loro familiari non autosufficienti. Cercavano di non separarsi dai propri cari. Cercavano (nel caso di donne lavoratrici) di mantenere la propria posizione lavorativa e previdenziale, che diversamente avrebbero dovuto abbandonare. Cercavano, con costi a proprio carico, di testimoniare che è possibile continuare a vivere insieme, anche quando tutto farebbe pensare il contrario.
Il fenomeno delle assistenti familiari è stato tollerato, meno contrastato di altre forme di immigrazione irregolare. È anzi stato sanato, a partire dal presupposto che una doppia violazione delle norme (della persona immigrata e delle famiglie che hanno utilizzato lavoro sommerso) poteva trovare giustificazione in una giusta causa: «prendersi cura».
L’ultima regolarizzazione ha dato risultati inferiori alle attese. Si sono aggiunte circa 300.000 nuove posizioni lavorative a quelle precedentemente sanate, ma le famiglie con persone non autosufficienti sono molte di più. È la misura di un bisogno senza voce, a cui dare risposta nell’immediato futuro, cercando soluzioni, per dare speranza a chi vive quotidianamente questi problemi.
Si dovrà ad esempio riconoscere il valore del «welfare domestico», dando speranza previdenziale ai familiari che si fanno carico del problema. È nell’interesse di tutti, visti i risparmi delle aziende sanitarie e dei comuni, grazie alla minore assistenza pubblica sostituita dall’impegno di molte famiglie. Vanno cioè più coraggiosamente affrontati i problemi del miglioramento delle risposte domiciliari integrate (pubbliche, private, volontarie), riconoscendo e tutelando i diritti e i doveri in gioco: dei soggetti deboli, dei loro familiari, di quanti contribuiscono a farsi carico del problema.